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in questo periodo sono successe un po’ di cose.
altre invece le ho fatte accadere.
riguardo a queste ultime sto cercando di classificarle, nel senso di fare una classifica.
l’argomento della classifica è: la cosa più strana che ho fatto.
per strano intendo: lontana da me, improbabile, impossibile, sorprendente.
sul podio ci sono:
– camminare sui carboni ardenti [1]
– spezzare una freccia puntata nella gola, appena sotto il pomo d’adamo [2]
– ballare musica truzza, lasciandosi andare e divertendosi.

io propendo a mettere in cima alla classifica quest’ultima…

[1] = a piedi nudi ovviamente, altrimenti le scarpe si rovinano
[2] = a gola nuda ovviamente, altrimenti che cimento è?

il perfezionista imperfetto

quante ne pensava.e quante ne faceva.
bè, in realtà ne faceva molte meno di quante ne pensava.
pensava un sacco. oh quanto pensava lui.
doveva essere tutto perfetto.
era tutta una serie di possibilità, di scelte che pilotava dove voleva, tutte in in fila.
e alla fine usciva quello che sperava, nella sua testa.
rimaneva tutto li di solito, nella testa. sognava.
raramente qualcosa usciva: si imbatteva nel primo o nel secondo incrocio e la si fermava.
c’era una precedenza.
o moriva addirittura, quando c’era lo stop.
ma nella sua testa era tutto perfetto, logico, calzante. filava tutto. non c’era nemmeno un semaforo.
anche sulla carta non era male, quello che scriveva.
solo il tempo aveva qualcosa di strano.
non arrivava mai.
non c’era mai oggi, adessso. al presente insomma.
era sempre tutto un po’…imperfetto.

l’eterna lotta tra il bene e il muschio

in queste vacanze, tra le altre cose ( tassi, palle da zorbing, signori callipo in persona ),mi sono imbattuto nel muschio. nel maledetto muschio.
il muschio che nasce, cresce e prolifera negli interstizi dei mattoncini autobloccanti di una casa in montagna, nello specifico la mia.
il muschio che rende il cammino pericoloso, il muschio che cambia la colorazione tenue d’insieme del cortile.
il muschio che cresce ovunque, non a nord. ovunque.
il muschio che devi andare a raschiare pietra per pietra, che quello vecchio viene via più facile mentre quello verde, nuovo, giovane, rimane aggrappato, piuttosto ti concede dei brandelli ma rimane li.
e io questo non potevo permetterlo.
e allora giù, chinato o seduto per terra, con spuntoni, cacciaviti e zappette a rimuoverlo.
in piano o in discesa, all’ombra ma anche dove picchia il sole.
cosa ci fa il muschio dove picchia il sole?
il muschio è ovunque.
quanto tempo per pensare, raschiando il muschio.
quanto tempo per paragonare il muschio a quelle altre cose che ti si attaccano addosso e non ti lasciano mai.
per capire che il muschio raschiato comunque tornerà.
per capire che il muschio raschiato occupa un volume che non ti immagini.
– tipo sacchi e sacchi di menate –
per capire che cresce lentamente e in maniera subdola. e anche al sole e a sud.
per capire che è una lotta, eterna, ma che va combattuta.
e che posso pure vincere.

spiegazione del bambino quaderno

il bambino quaderno

il bambino quaderno – opera dell’artista jabulani, che avrebbe anche un blog ma è privato quindi.

lo so che siam tutti di versi
ma io quando faccio fatica a respirare
che le mie pagine soffocano in poche
pesanti e incollate dalle lacrime
con le parole accartocciate tra loro
penso che se avessi un battito da seguire
sarebbe tutto più facile

se quel respiro che asciuga e libera i miei fogli poi
profumasse d’infazia o d’amore persino
diventeremmo una bella novella

mani bianche

prima di sabato, i guanti bianchi li associavo a topolino.
(ma perché mai poi i personaggi della disney devono fare tutto coi guanti bianchi?)

oppure alla pubblicità della tabù, che riusciva involontariamente (o no?) a parlare sia della liqurizia che del delicato tabù della discriminazione razziale, o quantomeno dello stereotipo del cantante da cabaret di colore anni ’50. tutto ciò senza mai parlarne, come se si stesse giocando a taboò!
o ce le vedevo solo io queste cose?

non importa più ormai, perché questo era prima di sabato.
basta topolino, basta tabù. ta-ta-tabù.

quando vedi un concerto, si lo vedi, di bambini sordi, che cantano muovendo le mani, indossando dei guanti bianchi, andando a tempo grazie al direttore coi guanti bianchi che li aiuta, allora non pensi più a topolino e alle tabù.
pensi che quei bambini sentono le note, grazie alle vibrazioni anche ma che soprattutto le vedono e le disegnano.
pensi che un coro di bambini sordi non l’avevi mai nemmeno immaginato,  invece esiste eccome.
e siccome applaudire serve a poco, agiti le mani tenendole in alto.
anche senza guanti bianchi, che loro ci vedono benissimo.
anche se sei in galleria alta agli arcimboldi e prima di loro continuavi ad avere in testa la sigla di zelig.

las manos blancas

lapidis faciem

a me non sono mai piaciuti tanto, anzi quasi per nulla.
non capivo. tuttora non comprendo a pieno: perché lo fanno?
erano una delle cose più distanti da me, forse lo sono ancora in realtà, purtroppo.

poi l’altro giorno, chiaccherando, la folgorazione.
ipotizzo, poi scandaglio e infine trovo conferme in un antico plico dell’ordine teutonico dei ventriloqui ritrovato in baviera, passatomi da un mia amica.
pare che il manoscritto originale fosse in latino, vera historia lapidis faciem, poi tradotto in tedesco antico e da qui, in vari passaggi, in quello che ora cercherò di spiegare.

la maggior parte dei ventriloqui non lo sono per scelta, quelli bravi sicuramente no.
il ventriloquo di professione è una bizzaria dell’epoca moderna.
il manoscritto è chiaro in questo senso:  la persona diventa ventriloqua a seguito di un evento che ne cambia la vita.

– d’altra parte quale altra seria motivazione porterebbe qualcuno a parlare con il pupazzo di un corvo dalla voce roca? –

i ventriloqui veri sono così perchè sono stati travolti dall’amore, vero, totale.
e ne sono talmente estasiati e felici, e sorpresi, che non riescono più a muovere nessun muscolo facciale.
per giorni, mesi.  anni.
è come se fossero stati trattati con una sorta di butulino emozionale.
solo che devono esprimere quello che provano e quindi imparano a emettere suoni senza muovere la bocca.
e si fanno accompagnare da una loro piccola copia interiore che muove la bocca, per farsi ascoltare, per farsi notare.
per far comprendere che sono loro a parlare, a dire ti amo, sono felice, facciamo le bolle di sapone.

– d’altra parte sarebbe ben difficile individuare la persona che sta parlando se questa non riesce a muovere la bocca. –

i ventriloqui veri si riconoscono al volo: sono molto più bravi e non parlano mai con il proprio viso, non possono.
e sorridono.  sono gentili e regalano carezze.
ecco perché mi erano così distanti: non li capivo.
io non sapevo nemmeno che potesse succedere tutto ciò.

vorrei anch’io avere un piccolo corvo da far parlare.

ciao mondo!! (di wordpress)

e niente, eccomi.
arrivo col mio carico, con la mia zavorra di anni di post da splinder, per approdare qui, sperando di non essere più sfrattato.
è stato difficile, davvero difficile. se non fossi stato aiutato (grazie mille) sarei naufragato nel mare del web affondando, tracinato giù dalla zavorra.
praticamente è stato come partire in pedalò da djerba per tentare di arrivare a lampedusa, dove per altro gli abitanti sono giustamente esasperati dall’arrivo di migliaia di migranti.
con la paura anche di essere rimandato indietro.
e invece ora sono qua, mi hanno dato una coperta marrone e un tè caldo, seduto sullo scoglio e guardo indietro perdendo una lacrimuccia dall’occhio sinistro, ma credo sia colpa del vento.
sì, è colpa del vento.
appena mi riprendo poi inizio davvero a fare quello che si deve, come per esempio imbiancare i muri e arredare.
a presto.